
In occasione della settimana della memoria e del giorno della memoria presentiamo questo bel contributo che arriva in redazione. Queste storie raccolte da Massimo Cervelli e Marco Vichi. Storie di sport, campioni e guerra. Campioni che non si piegarono:
10 ottobre 1943: Armando Frigo, classe 1917, ufficiale dell’esercito italiano impegnato in Dalmazia, viene fucilato dalla Wehrmacht a Cerquizze. Dopo l'8 settembre, assieme al suo reparto, aveva scelto di combattere contro i tedeschi. Fatto prigioniero, pagò con la vita il rifiuto di togliersi i gradi e confondersi con la truppa. Nel suo portafoglio fu rinvenuta una tessera della Fiorentina, società in cui aveva giocato dal 1939 al 1942, vincendo la Coppa Italia nel 1940.
10 luglio 1944: Bruno Neri, classe 1910, vice-comandante della formazione partigiana “Ravenna”, mentre compie un'operazione di perlustrazione cade in uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca. Bruno giocò per sette campionati (dal 1929 al 1936) nella Fiorentina e, da protagonista, contribuì a portarla in Serie A nel 1931. Elemento chiave della grande mediana viola, si meritò la maglia azzurra: Campione del Mondo Universitario 1933, 2 presenze in Nazionale B e 3 nella Nazionale maggiore.
16 marzo 1945: Vittorio Staccione, classe 1904, deportato politico nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen-Gusen (matricola 59160), gravemente stremato muore per una setticemia. Undici giorni dopo nello stesso campo medesima fine la subisce il fratello Francesco. Vittorio, indossando prima la maglia biancorossa e poi quella viola, giocò nella Fiorentina dall’aprile 1927 fino alla promozione in serie A nel 1930-31.
Tre date per tre storie diverse, tre resistenze differenti al nazifascismo: un militare, un partigiano, un oppositore politico. Tre uomini cresciuti con una unica passione, caduti per il medesimo ideale.
E a quelle tristi date, a quelle tristi storie non si può non accomunarne un’altra non meno dolorosa.
22 marzo 1944: le mura dello Stadio di Firenze, arena di tante battaglie sportive e all’epoca intitolato a “Giovanni Berta” cosiddetto martire del fascismo, si macchiano del sangue di cinque giovani. Vengono fucilati: il ventitreenne Ottorino Quiti, il ventiduenne Guido Targetti e i ventunenni Leandro Corona, Antonio Raddi e Adriano Santoni. Sono vittime della guerra civile seguita all'occupazione tedesca. Erano stati arrestati e, pretestuosamente, dichiarati renitenti alla leva da un tribunale della Repubblica di Salò. Vengono fucilati per dare l’esempio. Il plotone di esecuzione è fatto da loro coetanei costretti esecutori, pena la loro vita, del volere di mandanti, loro sì, assassini senza scrupoli. Assassini che finirono barbaramente quei ragazzi rimasti agonizzanti per l'imprecisione di tiri tremanti e non voluti i cui colpi hanno lasciato i segni sui muri e, indelebili, ancor più nei cuori.